Scegliere un welfare di comunità che agisce sulla vulnerabilità. Intervista a Stefano Zamagni

Foto di Kamaljith K V

Secondo lo storico Frank Snowden, le epidemie possono essere formidabili occasioni di autocoscienza per le società che ne sono investite. Questi eventi, sostiene l’accademico di Yale, al pari di uno specchio, permettono alle società di osservarsi meglio, di scoprire i propri difetti e, poiché la prima cura è la diagnosi, anche di ripensarsi migliori. Su questa via di costruttiva autocritica, ci conduce Stefano Zamagni, ordinario di economia politica all’Università di Bologna, che ci ha concesso un po’ di tempo per una chiacchierata. Zamagni è tra i pionieri degli studi di economia sociale nel nostro Paese, ma è conosciuto ben oltre i confini nazionali come promotore dell’economia civile, modello economico fondato sul principio della reciprocità. Non a caso infatti è tra gli intellettuali di riferimento della Chiesa di Papa Francesco, che l’ha voluto alla presidenza della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali.

 Professore, quali lezioni possiamo apprendere dall’emergenza Covid-19?

Questo periodo ci dà tre tirate d’orecchi, per così dire. In primis, rimprovera la nostra mancanza di prudenza. Dicendo prudenza, intendo quella virtù aristotelica che si basa sulla capacità di guardare lontano e prendere decisioni. Questa pandemia non è un “cigno nero” – come dicono in tanti – cioè un evento assolutamente imprevedibile. Da anni, un’ampia letteratura scientifica indica la deforestazione e l’inquinamento come fattori che favoriscono il cosiddetto spillover, il passaggio dei virus dagli animali agli umani. Nel 2012 David Quammen scrisse un libro, anticipando gli eventi che ora viviamo e già a settembre dell’anno scorso l’OMS pubblicò “A world at risk”, report che invitava i governi a prepararsi a un’eventuale pandemia. In Europa, solo i tedeschi si erano preparati. La seconda lezione è conseguente: un bagno di umiltà. Molti di noi – politici, scienziati, intellettuali, imprenditori – si erano illusi di poter dominare la natura e in particolare il rischio di epidemie. Il mito dell’onnipotenza è capitolato. Terza lezione: è necessario mettere in atto il principio della sussidiarietà circolare, il modello in cui enti pubblici, mondo dell’impresa e terzo settore fanno progettazione insieme.

Quale poteva essere il ruolo del terzo settore?

Esistono enti – fondazioni, associazioni di promozione sociale – che da decenni si occupano di sanità: un esercito di professionalità e competenze che andavano valorizzate e coinvolte nel processo decisionale. Un altro tema emerso in questa pandemia è che la malattia non riguarda solo il corpo, ma anche l’anima, la dimensione interiore. Prima della malattia, c’è l’ammalato. Qui il terzo settore è indispensabile, nel fornire i cosiddetti beni relazionali.

Le ripercussioni del Coronavirus sono anche economiche: come guardare alla ricostruzione dell’economia?

Ci sono due strade. La prima è il “modello dell’alluvione”: il fiume esonda, poi piano piano le acque si ritirano, si rifanno gli argini e il fiume ricomincia a scorrere come prima. Business as usual. È la soluzione più semplice, si interviene sull’emergenza e si ricomincia come prima. L’altra strada è quella di rinnovare il nostro sistema sulla base della “resilienza trasformativa”, ossia la capacità di rispondere agli eventi in modo tale da far fronte alle vulnerabilità, non solo alle fragilità.

Qual è la differenza?

La fragilità è la situazione di chi non riesce a provvedere alle proprie necessità. La vulnerabilità non corrisponde a una situazione di bisogno immediato, ma a un’alta probabilità di cadere in una condizione di bisogno in un prossimo futuro. In metafora: agire sulle fragilità significa spegnere l’incendio quando la casa è già bruciata, agire sulle vulnerabilità è prevenire l’incendio e salvare la casa.

Andiamo incontro a una grande crisi, nei tempi che verranno si acuiranno sia le fragilità, sia le vulnerabilità. Quali interventi per limitare i danni?

Bisogna trasformare il welfare. Dal welfare state – oggi insostenibile – al welfare di comunità, dove hanno un ruolo fondamentale i corpi intermedi, le associazioni e gli altri attori sociali. Oggi lo Stato rischia di cedere alla tentazione di assumere uno spazio eccessivo nell’economia. Va evitato un nuovo statalismo. Lo Stato deve interpretare il difficile ruolo della levatrice: portare alla luce le energie migliori del Paese e lasciarle libere di crescere. Poi bisogna deburocratizzare – la burocrazia è necessaria, ma l’elefantiasi burocratica è dannosa – e va cambiato il sistema fiscale. Va aumentata la pressione fiscale sui soggetti improduttivi (i percettori di rendite) e diminuita su chi produce. In Italia oggi è il contrario, le rendite sono circa un terzo del Pil, ma le tasse gravano su lavoro e imprese. Va poi ripensato il sistema scolastico e universitario nel senso della convergenza scuola-lavoro: lo studio è lavoro e il lavoro è apprendimento.

Indirettamente, il Coronavirus ha reso necessaria la regolarizzazione dei lavoratori stranieri, riaprendo il dibattito sul loro ruolo nella nostra economia.

La questione è strumentalizzata per scopi politici. Assistiamo all’ipocrisia di chi finge di non vedere la presenza di queste persone, che non sono invisibili, come si dice di solito, si sa bene che esistono. La regolarizzazione è l’unico modo per sottrarli agli inviti pressanti delle mafie e di forme organizzate di criminalità, che non vedono l’ora di sfruttare la loro marginalità. Così si distrugge il capitale sociale. Da non sottovalutare nemmeno il vantaggio dell’emersione del lavoro nero, che avrà conseguenze positive sul gettito fiscale. Questa è l’unica strategia, aldilà delle retoriche. Ovviamente, sul lungo termine per quanto riguarda l’immigrazione, è necessaria un’assunzione di responsabilità europea, che passa per la riforma del trattato di Dublino.

In questo complesso scenario economico e sociale, che ruolo gioca la Chiesa?

Nell’immediato, sono fondamentali gli interventi caritativi della Chiesa. Lo erano prima della pandemia, lo sono durante e continueranno a esserlo dopo. Per guardare al futuro poi la Chiesa ha risorse immense. Lo sforzo in cui è impegnata l’Accademia che presiedo, insieme alle altre, è quello di mettere tali risorse a disposizione del mondo. Prova ne siano anche gli ultimi documenti che abbiamo redatto, su temi legati alla pandemia, che hanno suscitato manifestazioni d’interesse a livello internazionale (per consultarli: www.pass.va ndr). In questa prospettiva, non possiamo trascurare il faro che Papa Francesco ha acceso qualche anno fa con la Laudato Si’, enciclica che mostra come le questioni sociali, ambientali ed economiche siano connesse e vadano affrontate con una logica d’insieme. Un testo-guida per i tempi che verranno.

Intervista a cura di Lorenzo Benassi Roversi