Conversazione con il filosofo Vito Mancuso: accogliere e raccogliere

Una visione più ampia. E’ ciò che ci ha offerto Vito Mancuso, celebre filosofo e teologo, durante una chiacchierata informale sul tema delle migrazioni.

 

Prof. Mancuso, come si pone un filosofo davanti alla questione dell’immigrazione e al fatto che oggi essa riesca a smuovere gli equilibri elettorali in modo così drastico?

Sulla questione dei flussi elettorali non è facile per me rispondere: non sono un esperto. Penso che in questo momento ci troviamo al cospetto di una grande paura. Il cittadino medio oggi è spaventato, non solo dell’immigrazione, che è di certo uno dei fattori. Tutte queste paure mettono al centro la questione del controllo.  Nello specifico, l’immigrazione mette al centro la questione del controllo del territorio e delle sue risorse. Il bisogno di sentirsi padroni di un territorio è qualcosa di arcaico, che ci appartiene. È qualcosa di innato, prima ancora che di ideologico, una tendenza che hanno anche gli animali, i mammiferi ad esempio, e che anche noi ci portiamo dentro. Bandiere, simboli, ideologie nazionaliste, hanno tutte come base questo istinto di protezione del territorio. Oltre all’immigrazione ci sono altre paure al giorno d’oggi, altrettanto forti: quelle che riguardano le nuove tecnologie e le loro applicazioni, l’intelligenza artificiale, l’ingegneria genetica. Si tratta di possibilità capaci di incidere profondamente sul destino della specie umana. Saremo ancora quelli che siamo? Avremo ancora un lavoro? Sapremo infine mantenere il controllo sul nostro mondo?  L’altra grande paura riguarda il clima: si legge ogni giorno sui giornali che rimangono pochi anni prima che i cambiamenti climatici si facciano sentire in modo irreparabile anche qui c’è la paura di perdere il controllo, di essere travolti dai cambiamenti. Insomma, ci troviamo in una situazione di angoscia, una situazione all’interno della quale la coscienza media ha paura, la coscienza dell’uomo normale (e mi ci metto anch’io) è turbata perché sente che non c’è controllo, che nessuno controlla la situazione. Allora ci chiediamo: cosa possiamo fare in concreto?

Per quanto riguarda le ultime due questioni citate, si può fare ben poco… chi controlla le biotecnologie? Chi può mettere un argine stabile al controllo che assumerà l’intelligenza artificiale sulle nostre vite? Queste tecnologie sono tanto potenti quanto imprevedibili. Siamo spettatori e fruitori di possibilità che altri, sopra le nostre teste, definiscono. Così anche per l’ambiente: certo, la raccolta differenziata possiamo farla, ma le grandi decisioni che riguardano le industrie, i protocolli, vengono prese a livelli molto lontani da noi. Diverso è invece per quanto riguarda il controllo del territorio, qui abbiamo l’idea che qualcosa si possa fare.  L’immigrazione mi si manifesta come una minaccia che si può respingere, quindi sono propenso a dare fiducia a chi si propone per farlo. Forse così si spiegano quei flussi elettorali a cui faceva riferimento. Credo tutto si iscriva dentro il sentimento di paura derivante dalla mancanza di controllo.

 

Certo, mi sembra però ci sia una differenza rispetto ai temi ambientali o tecnologici: per quanto riguarda l’immigrazione non sembrano intravvedersi catastrofi imminenti. A leggere i dati in modo razionale, possiamo dire che essa ha avuto effetti positivi sulla nostra società e si sono evitati fenomeni antisociali, al netto di alcune tensioni marginali. Mi sembra che riguardo l’immigrazione si scada nell’irrazionale, che l’immigrato assuma il ruolo di capro espiatorio delle altre paure.

Credo che il fenomeno del capro espiatorio sia plausibile e reale, indubbiamente è così. La gente oggi ha bisogno di sicurezza e identità. Non è stato sempre così, una volta la sicurezza era troppa, stringeva troppo, c’era bisogno di evadere, c’era bisogno di caos. Oggi invece il bisogno è opposto: sicurezza, controllo. Senza dimenticare che alcuni fenomeni di disordine, nelle periferie, necessitano risposte, possiamo dire che l’immigrazione sia utilizzata come grande capro espiatorio: l’angoscia, conscia e inconscia, di molte persone trova nella presenza degli immigrati un nemico contro cui rivolgersi.

 

È possibile chiedere alle persone di assumere una prospettiva filosofica davanti a un fenomeno del genere?

Io sono figlio di migranti, come testimonia il mio cognome, dalla Sicilia mio padre venne in Lombardia per lavorare. Oggi però quelli di noi che emigrano non lo fanno per esigenza, ma per scelta, dunque il fenomeno dell’emigrazione noi lo viviamo soprattutto come accoglienza. Riguardo l’accoglienza vorrei dire una cosa: sono convinto che l’essere umano possa accogliere solo se prima ha compiuto il movimento interiore opposto, quello di raccogliere. Ciò è indispensabile per guardare in termini filosofici qualunque fenomeno.

Cosa intende?

Glielo spiego. Per accogliere bisogna fare spazio, se non abbiamo spazio interiore, se viviamo in condizioni psichiche e spirituali di ristrettezza, non riusciamo ad accogliere. Mi riferisco alla mente e al cuore di molti nostri concittadini, mi riferisco all’anima, quella dimensione interiore che sta diventando sempre più asfittica, perché sempre meno si legge, si pensa, sempre meno si fa silenzio…  Così l’anima si restringe, non ha spazio e non matura quella libertà da sé stessa e quindi dalle proprie paure che permette il moto dell’accoglienza.

 

La soluzione parte dunque da un lavoro su stessi?

Io credo tutto parte sempre e solo da lì. E questa ristrettezza non riguarda solo chi avversa l’immigrazione e ne fa un capro espiatorio.

Chi altri?

Guardi, non vorrei essere frainteso. Io tengo una parte ben precisa, lei lo sa. A volte però nell’ascoltare alcune persone che parlano di accoglienza, vedo un tale odio verso il nostro mondo, verso il nostro sistema economico, una tale volontà di negarlo, una tale tensione distruttiva, che fa il paio con quella volontà di negare l’immigrato e il suo desiderio di vita e di un futuro migliore. Dico questo per sottolineare che tutto parte dal proprio interno, per poter avere un’accoglienza che sia davvero un fenomeno umano e non un’arma politica. Questo è importante sottolinearlo.

 

Le faccio una domanda che inerisce direttamente al lavoro di Anolf. Personalmente, sono convinto che una parte della missione delle organizzazioni che si occupano di immigrazione oggi, sia quella di prendere seriamente le paure di chi in questo periodo si sente spaesato, di chi teme, come dice lei, di perdere il controllo. Una delle paure che si manifestano oggi riguarda la possibilità che l’immigrazione sul lungo termine possa mutare i tratti essenziali della nostra società, cambiare i connotati dell’Europa e dell’Occidente, mutando in modo sostanziale cultura e identità. Cosa si può dire a chi teme questo? E come possiamo fare pace con l’idea che tutto evolve?

È un problema reale, a molti questo inquieta. Accogliere persone di diversa etnia, lingua, religione e cultura non può non incidere nella nostra realtà, non ci sono dubbi. Inutile fingere il contrario. È sempre stato così nella storia, da quando i romani hanno accolto all’interno delle loro frontiere le religioni orientali (cristianesimo, ebraismo) hanno aperto la situazione all’evoluzione. E cosa questo abbia significato in termini di cambiamento è sotto agli occhi di tutti. Poi hanno tentato di fermare i cambiamenti con le persecuzioni (vedi Diocleziano). La persecuzione si spiega con la paura, perché sentivano la civiltà dei loro padri cambiare: i loro valori, la cultura, il loro modo di essere individui e società, sottoposti a una crescente pressione verso il mutamento. Ad esempio, il valore del soldato che ama sopra ogni cosa la patria era messo a rischio da una visione religiosa che andava al di là della patria, una fede, quella cristiana, che pone l’assoluto non nella parte terrena ma in quella celeste e che quindi fa guardare a tutti gli uomini come fratelli, indipendentemente dalle appartenenze etniche. Si passa così lentamente del paganesimo al cristianesimo, non senza un corredo di tensioni e violenze.

Anche oggi qualcosa cambierà, non si sa come. La politica dovrebbe assecondare questa evoluzione conservando profondamente i valori di laicità, democrazia e partecipazione che sono alla base della nostra Costituzione e in termini più alti della stessa coscienza occidentale. È necessario “convertirci” tutti, per così dire, immigrati e non, a questi valori. È questo il compito serio, consapevole, della classe politica di oggi: accogliere, senza svendere, la cultura occidentale, perché in essa ci sono le risorse di cui abbiamo bisogno per preparare il tempo che verrà. Il che significa democrazia, pluralismo, libertà religiosa e di coscienza: tutto ciò non deve essere messo minimamente in discussione. Si accoglie per libertà, che è innanzitutto libertà di coscienza, e sulla libertà non si transige. Per questo i partigiani sono morti, prima di loro si sono sacrificati quelli che hanno fatto il Risorgimento: abbiamo il dovere verso i nostri padri e anche verso i nostri figli.

 

Intervista a cura di Lorenzo Benassi Roversi