Unione Europea e politiche migratorie: ne parliamo con l’europarlamentare Elisabetta Gualmini

 

Partiamo dai fatti degli ultimi giorni: i naufragi al largo delle coste libiche. Oggi l’Europa si sta dimostrando unita nelle politiche in risposta al Covid. Verrà il giorno in cui dimostrerà la medesima unità e responsabilità politica anche nella gestione dei flussi migratori?

Stiamo assistendo a un grande paradosso: da una parte, nell’ultimo anno l’Europa ha saputo risvegliarsi – si è parlato di rinascita europea – trovando soluzioni fino ad allora inimmaginabili davanti alla pandemia. Pensiamo alle sovvenzioni a fondo perduto e all’emissione di debito comune. Su questo fronte l’Europa ha superato le aspettative. Dall’altra parte, assistiamo all’impotenza dell’Europa in fatto di migrazioni. Quando parliamo di Europa, dobbiamo considerare che non si tratta di un’entità avulsa da noi. Siamo noi: Stati e cittadini. I fallimenti sul fronte delle migrazioni ci riguardano tutti, in qualche modo. Poi, certo, ci sono anche problemi istituzionali.

Quali?

Ad esempio, il rapporto tra Parlamento europeo e Consiglio. Già nel 2017, il Parlamento ha approvato con larghissima maggioranza la revisione del regolamento di Dublino, al fine di superare la regola per cui i migranti devono essere ospitati nel Paese di primo approdo e andare verso uno sforzo congiunto e solidale da parte di tutti i Paesi europei. Come spesso avviene, la cosa si è bloccata in Consiglio: alcuni Paesi hanno bloccato tutto. Siamo ancora di fronte a un’Europa degli Stati, dove gli interessi comunitari non riescono a prevalere. La soluzione è un’ulteriore cessione di sovranità all’Europa – è l’unico modo per affrontare fenomeni come quello migratorio – ma fino ad allora ci troveremo davanti alle reticenze, ai veti. Serve che l’Europa si faccia comunità di destini.

I migranti non sono solo quelli che si mettono in viaggio attraverso il Mediterraneo. Tra le vie tentate da coloro che cercano un altro destino c’è la rotta balcanica, per la quale Iscos ha lanciato la campagna di raccolta fondi “I walk the line”, alla quale Anolf ha aderito.

Certo, una rappresentanza della delegazione Pd in Europa ha raggiunto le frontiere verso cui le migrazioni si dirigono: quella slovena, quella croata, quella serba. Hanno visitato i campi, hanno visto dove vanno i finanziamenti europei. Stiamo cercando di sollecitare le istituzioni europee. Fu Von der Leyen, a Malta, prima della pandemia, a rilanciare l’impegno solidale dell’Europa sul tema migratorio.  Il 9 maggio – festa dell’Europa – David Sassoli, Presidente del Parlamento europeo lancerà una grande conferenza sul futuro dell’Europa. Si tratta di un processo di partecipazione che può coinvolgere centinaia di migliaia di cittadini: un’occasione per definire le linee politiche dei prossimi anni e anche per porre le basi dei cambiamenti istituzionali che vorremmo vedere.

Intanto, i corridoi umanitari – canali d’accesso legali e sicuri per l’immigrazione – possono essere una soluzione?

Sì, serve creare un’alternativa legale. Spero che la congiuntura internazionale aiuti. Ora che negli Usa c’è Biden, si è instaurato un rapporto più virtuoso tra Europa e Stati Uniti. Con questo asse e la collaborazione delle istituzioni sovranazionali, si può iniziare a lavorare. C’è molto da ripensare. L’agenzia Frontex non ha dato i risultati sperati, non siamo contenti di come sono stati utilizzati i finanziamenti italiani, ad esempio in Libia. Tra i passi che l’Europa deve fare, c’è quello di rivedere il soccorso in mare.

Da politologa, come crede ci risveglieremo dal periodo pandemico? Si teme che una crescita della diffidenza e del senso di precarietà economica ponga il Paese su posizioni di chiusura.

Il rischio è plausibile. I momenti di crisi comportano la tendenza a proteggersi, a isolarsi. Ci sono autori che parlano di età dell’angoscia o di età della rabbia. Personalmente, sono abbastanza ottimista. Penso che usciremo da questa fase con un grande balzo emotivo – non solo economico – e con la voglia di tornare a costruire comunità vere. Si sente la mancanza della mobilità, della relazione, dell’incontro. Si sente anche in Europa. Non credo che dopo tanto isolamento avremo voglia di costruire altri muri.

Quando parliamo di muri, sappiamo che non ci sono solo quelli che si incontrano sulla rotta balcanica. Chi arriva qui trova i muri della marginalità, della carenza di opportunità e di strumenti di integrazione. Come abbattere queste barriere?

L’accoglienza è solo il primo passo, poi va evitato un secondo naufragio. La fase dei decreti Salvini mi ha molto preoccupata: si è cercato di azzerare il sistema degli Sprar e quindi di destrutturare l’accoglienza sul territorio che dava la possibilità a molti di costruirsi un progetto di vita (corsi di lingue, opportunità di impiego). I decreti Salvini sono stati superati, ma non è ancora stato dato nuovo slancio alle politiche di integrazione. Sarà una delle sfide dei prossimi anni. Credo che il tessuto sociale sia più disponibile di quanto immaginiamo: il Terzo Settore, le famiglie, i cittadini. Da vicepresidente della Regione Emilia-Romagna avevo una delega specifica sull’integrazione e ho sperimentato questa disponibilità.

Ci si chiede se ci saranno opportunità economiche per tutti.

In un Paese come il nostro in cui l’invecchiamento è velocissimo, pensiamo a tutte le persone di cui avremo bisogno nel campo della cura. Così è per tanti altri settori. Serve che la politica crei opportunità di partenza. A livello europeo, esistono tanti fondi: mi auguro che terminata la fase più drammatica della pandemia, riprenda il ciclo di programmazione che permetterà di utilizzare bene queste risorse.

Intervista a cura di Lorenzo Benassi Roversi